Daniele Gaglianone: nella guerra dei poveri, il nemico è altrove

dove bisogna stare

È al cinema Dove bisogna stare, il nuovo film documentario di Daniele Gaglianone. Solitamente siamo abituati a sentire storie di migranti, ma mai quelle dei volontari che si sacrificano per donare tempo e lavoro all’accoglienza mantenendo intatto il sogno dell’integrazione. Le quattro donne protagoniste del film sono volontarie che, ognuna a modo suo, si battono ogni giorno per dare una mano a qualcuno di quei 10.000 sbarcati che restano fuori dagli aiuti stanziati dallo stato. Gaglianone è entrato nel progetto quando il lavoro di ricognizione era già stato avviato da Stefano Collizzoli e Matteo Calori, più Andrea Segre della ZaLab.

Il film nasce da una collaborazione con Medici Senza Frontiere e dalla ricerca su quelle che hanno chiamato “situazioni fuori campo”. Un’iniziativa che monitorava le situazioni fuori dall’accoglienza istituzionale perseguite da persone in modo spontaneo. Parlando con il cineasta di Torino viene fuori tutto il mondo liminale dei più deboli schiacciati da un globalismo imperante che ha portato ai macro-fenomeni dei flussi migratori da Africa e Asia Minore verso il sogno non poi così opulento dell’Europa. Nelle parole di Gaglianone si percepisce sempre il concetto di comunità, a partire dal plurale che utilizza sempre per parlare delle scelte del film. Tra le pieghe della società esistono persone di buona volontà che rompono gli schemi, che offrono conforto ai più bisognosi anche tradendo assurde etichette legate alle classi sociali coercitive, ma esistono anche registi impegnati a portare un messaggio d’intervento positivo e di convivenza multiculturale.

dove bisogna stare

Q Come sono state messe insieme queste storie?

A Le protagoniste sono state suggerite da Medici Senza Frontiere, tranne Elena, che invece ho trovato io successivamente perché ci sembrava giusto chiudere l’arco alpino della frontiera italiana con la Val di Susa, dove migranti respinti a Ventimiglia hanno cercato lo scorso inverno di attraversare il Colle della Scala per andare in Francia. Senza sapere che andavano incontro a pericoli che credevano meno gravi delle traversate nel deserto, dei lager libici o dei viaggi in mare. Però, nonostante il breve tragitto, quel passaggio voleva dire morire. Elena opera in Val di Susa, e senza questa rete spontanea di persone che si rendono utili, l’inverno avrebbe portato una mattanza.

Q Più che un documentario il tuo è un film verità. Un lavoro esperienziale su alcune donne fuori dal coro. Come hai diviso visivamente questa narrazione a quattro voci?

A Noi abbiamo cercato anzitutto, come credo si debba sempre fare, di sparire. Per poi far riemergere lo sguardo sulla vita di queste donne. Abbiamo lavorato sul restituire il quotidiano di Lorena, Georgia, Jessica e Elena filtrandole con la nostra sensibilità. Allo stesso tempo abbiamo affiancato uno spazio mentale tutto loro dove riflettere e raccontarsi per capire delle cose, entrare in crisi. L’intento era quello di dare l’idea che questi quattro ritratti stessero delineando quasi una persona unica, ma ancor di più un’abitudine, un’attitudine con le sue sfaccettature. Queste donne hanno parecchie similitudini, ma anche punti di distanza tra loro, per questo credo risultino complementari.

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Q Invece gli ultimi ciak sono di poco precedenti alle politiche del 2018. Hai risentito ultimamente Elena, Georgia, Jessica e Lorena? Cos’è cambiato per loro?

A Per loro è diventato tutto molto più difficile. La vita è peggiorata per i migranti e di conseguenza anche per loro. Ma dalla dicotomia che emerge con il ragionamento di Jessica nel film, questa stessa dicotomia è fallace seppur comprensibile. Ora semplifico usando un po’ l’accetta. Forse gli italiani non si sono accorti che questo giro di vite non riguarda solo i migranti, ma è iniziato una venti anni fa, in modo scientifico, contro i poveri. Credo stia avvenendo a livello planetario contro di loro e contro chi nel liberismo più sfrenato rischia di scivolare nella povertà.

Q Un termine piuttosto negativo viene spesso usato oggi: “guerra dei poveri” o “tra poveri”. Qui invece ci sono donne che occupano edifici per ospitare persone, donne che aiutano uomini, persone che cercano di ricostruire la propria identità, persone in fuga. E dall’altra parte donne che rischiano le amicizie per il loro altruismo malvisto. Questo scenario, a volte sotterraneo, mai messo in luce, sembra sia diventato uno “spionaggio dei poveri”.

A Certo, c’è uno “spionaggio tra i poveri”. Per fortuna i destini delle nostre protagoniste hanno lati positivi. Lorena ha perso tutte le amicizie, sì, Georgia una parte, ma Elena, anche grazie ai suoi amici è riuscita a sopportare il peso della scelta di accogliere in casa un migrante ridotto in pessime condizioni di salute. Jessica invece fa parte di un collettivo con un’idea forte di socialità. Una volta sarebbe stato impossibile, ma ora, con l’aria che tira, potrebbero essere perseguite semmai venisse istituito un reato di solidarietà. È un ragionamento tra le righe, ma pensiamo per esempio alla recente campagna contro le Ong iniziata con il ministro di un sedicente partito di centrosinistra, non di destra estrema. È già in corso un attacco di costume, culturale, contro quelli che sembra non abbiano nient’altro da fare che occuparsi degli altri. Ma occuparsi degli altri significa occuparsi di se stessi. Il titolo del film infatti vuol dire “Dove bisogna stare per l’altro”, ma anche “Dove ho bisogno di stare io”. Non potrei vivere in un mondo così, senza aver provato a cambiarlo. E la condizione del migrante è la mia condizione. Perciò, sulla “guerra tra i poveri”, il nemico è altrove.

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Q Quindi siamo di fronte a una specie di persecuzione?

A Una volta nessuno si sarebbe sognato di pensare che se uno è povero è colpa sua. Adesso invece se sei povero è un problema tuo, non di tutti. È come avere una malattia. Gli italiani dovrebbero rendersi conto che sulle fasce marginali si sperimenta spesso una politica di controllo che se funziona va applicata anche alle altre classi intermedie. Siamo davanti a una campagna strisciante contro chi non ce la fa. Da una parte ti propagandano che tutti possono diventare Steve Jobs o Bill Gates, ma l’ascensore sociale in realtà è immobile per la maggior parte di noi.

Q Il tuo documentario esce al cinema con una tournée nelle sale italiane. C’è un tipo di pubblico che tu ti aspetteresti mai, ma a cui vorresti arrivare con il tuo messaggio?

A Sarò banale, ma vorrei che lo vedesse chiunque. Non solo quelli che si aspettavano prima o poi un film come questo. Sicuramente non ha la pretesa ecumenica di conquistare chi è distante dalle nostre protagoniste, ma vorrei parlare a quella zona grigia che un po’ per paura, un po’ per viltà è pronta ad affidarsi agli slogan.

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Q Se aggiungo un punto interrogativo al titolo del tuo film, diventa una domanda. Perciò ti chiedo, dove bisogna stare?

A Bisogna stare dentro il reale. Che non è la realtà. Quella è condivisa, spacciata dai media di comunicazione e narrazione mainstream. Anzi, usiamo pure questa parola, questa realtà è diffusa dalla voce del regime. Non identifico il regime con categorie al potere, ma con modalità di relazione con le cose e le persone. In questa modalità ci si allontana sempre più dal reale, invece persone come Lorena, Elena, Georgia e Jessica lavorano in silenzio, hanno deciso di mettersi in gioco, e ce ne sono tantissime altre. Loro si mettono in discussione non solo personalmente, ma come rappresentanti di un mondo agli occhi dell’altro.

Q In questo modo il dovere di un narratore è sempre più chiamato in causa.

A Fosse anche soltanto per testimonianza, il nostro dovere è quello di cercare per il presente e per i posteri una prospettiva differente, che ci possa salvare. A volte leggo una sorta di volontà suicida nelle società: ad esempio, sono rimasto scioccato dall’elezione in Brasile di Bolsonaro, uno che vuole spianare la foresta amazzonica. Tornando a noi credo che questa sia l’onda lunga dei “meravigliosi” anni ottanta. È l’onda lunga del thatcherismo e dell’edonismo reaganiano. Ha vinto quella roba lì, da un po’ di anni oramai, e adesso è arrivato il conto perché ha vinto culturalmente. Ora tutti sono prigionieri di uno schema. Anche quelli che si oppongono lo fanno sempre all’interno. Invece bisognerebbe rompere questo perimetro nefasto.