Kassim Yassin Saleh: dal Gibuti per raccontare l’immigrazione in Italia

Kassim Yassin Saleh

«The best things in life are on the other side of terror» diceva Will Smith, raccontando la sua esperienza di lancio con il paracadute. E forse la sensazione nel petto di Kassim Yassin Saleh, quando negli Anni ’90 ha lasciato il Gibuti per l’Italia, era molto simile al rumore del portellone che si apre. Kassim però si è lanciato e, adesso, dopo tutti questi anni di vita a Roma, fra i suoi tanti progetti, ha diretto un cortometraggio vincitore del Bando MigrArti 2017 e poi proiettato alla Mostra di Venezia (Idris), il cui protagonista è fresco di premio al Roma Web Fest, e un altro proiettato allo Short Content del Festival di Cannes e poi scelto per il concorso della 16esima edizione del Festival Mediterraneo dei Cortometraggi di Tangeri (21 Insonnia).

Kassim Yassin Saleh

Q Come sei arrivato in Italia e perché hai scelto proprio questo Paese?

A Io sono originario del Gibuti, nella Somalia francese. Quando ho deciso di lasciare l’Africa c’era ancora il visto, perciò sono riuscito ad arrivare così. Solo che, a essere onesti, io avevo mandato richieste ovunque: Canada, Stati Uniti, Inghilterra, Australia e… ovviamente qual era l’ultimo Paese in cui sarei voluto finire?

Q L’Italia?

A (ride, ndr) Esatto, però avevo un amico a Roma, quindi il piano era usare l’Italia come “rampa di lancio” per andare poi in un altro Stato. In molti facevano così. Solo che non era facile andarsene da qui. Quando poi il mio amico, con la sua famiglia, è riuscito a lasciare l’Italia, è stata una tragedia per me, all’aeroporto avrei voluto infilarmi nella sua valigia.

Q A quel punto però ti sei dovuto inventare qualcosa.

A Per forza. Ho preso un diploma per poter lavorare nei cantieri con le escavatrici, ma dopo due anni ho avuto un incidente che mi ha impedito di continuare. Nel mentre però mi ero fatto amici a Roma, soprattutto gente di strada, e ho iniziato a lavorare come commesso in un negozio in centro. È lì che sono stato “scoperto” da una fotografa che voleva il mio volto per una campagna pubblicitaria di sensibilizzazione sociale. Da quel momento in poi non ho più smesso, nonostante ancora non credessi che volessero proprio me come modello. Già solo sentendo la parola mi veniva da ridere.

Q Però la vera passione restava il Cinema.

A Eh sì, quella ce l’avevo fin dal Gibuti: in Africa andavo dai vicini che avevano una piccola tv in bianco e nero, mentre qua è diventata una splendida abitudine, perché vado al cinema ogni volta che posso, e preferisco quelli di nicchia ai multisala. Cerco sempre l’autorialità.

Kassim Yassin Saleh

Q Infatti hai voluto imprimerla anche in Idris, il tuo corto, soprattutto nella scena finale in piscina.

A Quella è proprio il punto centrale del corto. Idris, il ragazzino protagonista, si ritrova in piscina con altre persone ed è come investito dal ricordo del naufragio in mare per venire in Italia. Ho voluto restituire l’Africa in quelle brevi inquadrature, con il suo vorticare avvolgente di colori, ma al tempo stesso creando un senso di apnea allo spettatore che si ritrova in quelle immagini tragiche di morti in mare che vediamo spesso in tv. Non è stato facile, soprattutto per le riprese subacquee, ma il risultato è perfetto. Anche perché la mia idea era lontana dai soliti discorsi sul razzismo, non volevo creare un prodotto buonista, ma raccontare i bambini (tutti i bambini) e le loro difficoltà proprio per come sono oggi in Italia. A me piace che la gente rifletta una volta visto il mio corto. 

Q Infatti ti ispiri a registi che condividono questo pensiero.

A I fratelli Dardenne, Vittorio De Sica, Pier Paolo Pasolini, Spike Lee e soprattutto Ken Loach. Quelli che fanno Cinema umano.

Q Ispirazione che si riflette molto anche in uno dei tuoi ultimi lavori, 21 Insonnia, proiettato a Cannes e finito poi in concorso a Tangeri.

A Esatto. Volevo porre l’accento sui tantissimi clochard che abitano Roma, oggi più che mai stranieri che non hanno un posto dove vivere. È una situazione che sento molto vicina, perciò tramite il racconto nel corto volevo portarla al pubblico in modo che riflettesse. C’è un fiume di immigrati che non sa dove dormire, e finisce a cercare riparo nell’alcool. L’idea era quella di spiegare che bisogna resistere, non abbandonandosi alla depressione e alla bottiglia, nonostante le enormi difficoltà che il corto mette in luce. Questo è il mio Cinema: toccante, che racconta la realtà.

Q E ora su cosa stai lavorando?

A Documentari e altre sceneggiature per cortometraggi. Ne voglio fare ancora qualcuno prima di lanciarmi nel lungo, ho bisogno di tanta esperienza perché sarebbe un salto importante. Non sono figlio d’arte e non ho mai avuto pretese nella vita, ma amo visceralmente il Cinema e ora sto andando nella direzione giusta, ricordandomi di fare un passettino alla volta tenendo sempre i piedi per terra.