Luna Gualano: Go Home, una produzione dal sottoterra!

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«Una produzione dal sottoterra»: con queste semplici parole Luna Gualano definisce Go Home, il suo nuovo lungometraggio da regista presentato durante la rassegna festivaliera di Alice nella Città, sezione parallela ma indipendente della Festa del Cinema di Roma. Una spiegazione breve ma estremamente calzante che, forse, descrivere al meglio un film come questo: Go Home è infatti una rilettura tricolore dei più tradizionali zombie movies che, strizzando l’occhio tanto a Romero quanto al cinema di genere italiano, recupera la mitologia dei non-morti, non prescindendo dalle valenze metaforiche che gli sono proprie.

Anche a livello produttivo, l’opera della romana d’adozione trova le proprie origini dal basso o, meglio, dal sottoterra: «L’idea è nata mentre ero in macchina con lo sceneggiatore Emiliano Rubi e, fin da subito, entrambi ci siamo resi conto che una storia di questo tipo necessitava di un approccio differente anche nella sua lavorazione, libero cioè da qualsiasi padrone. I centri sociali e Zerocalcare sono stati i primi a interessarsi concretamene, ma poi si sono uniti a noi artisti, associazioni e micro-finanziatori che hanno resto tutto questo possibile».

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Q Realizzare un lungometraggio dal basso significa anche doversi confrontare con un budget spesso estremamente circoscritto. Questo è stato un problema durante la lavorazione di Go Home?

A Non giudico Go Home una produzione low budget in senso tradizionale del termine. Credo anzi di essere riuscita a sopperire alla mancanza di fondi grazie alla profonda ricchezza umana e professionale delle persone che mi hanno costantemente aiutata. Naturalmente, anche se abbiamo avuto a disposizione moltissime attrezzature, il confronto con i capitali limitati non è stato sempre semplice. Sono tuttavia convinta che un’esperienza del genere possa essere uno stimolo creativo non indifferente, anche per eventuali progetti futuri. La scarsità di denaro ti permette di scardinare i preconcetti che ti poni in quanto professionista, portandoti a superare i tuoi limiti e a trovare soluzioni alternative.

Q Il film si confronta con una tradizione fortemente sedimentata nell’immaginario statunitense e internazionale: quella dello zombie. Come ti sei approcciata ad una figura mutata considerevolmente nel corso dei decenni?

A L’idea alla base del progetto era riscoprire le origini degli zombie movies, ricaricando quindi la figura del non-morto della sua funzione simbolica e metaforica. I lungometraggi di Romero fanno proprio questo: criticano la società consumistica e capitalistica attraverso narrazioni horror. Per me e per Emiliano Rubi è stato automatico rifarsi al passato. Paradossalmente, sarebbe stato veramente difficile rappresentare questo mostro nel modo in cui viene fatto oggi, ovvero svuotato da qualsiasi connotato implicito. Insomma, dare un significato metaforico allo zombie è la cosa più naturale che possa esserci!

Q Proprio il sotto-testo è uno punti più discussi di Go Home. Questa apocalisse sembra riflettere la società e la politica contemporanea.

A Esatto, la politica è un argomento che conosco bene e il film vuole in parte raccontarla. Non bisogna però credere che sia una critica ad un determinato partito. Certo, la storia si apre con una manifestazione neofascista, ma è comunque inserita in un contesto di quartiere che coinvolge molti cittadini. Il nostro intento era quindi fare una riflessione più ampia, che coinvolgesse tutta la società civile al fine di svelarne i paradossi. Da un lato, si mostra come un certo tipo di ideologia tenda a portare a sé una fetta di popolazione come un’epidemia; dall’altro lato, lo stesso pensiero è fomentato dalle masse, che non sono realmente cattive ma sicuramente ignorano la realtà dei fatti.

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Q L’assenza di cattiveria o di bontà è un tema che pervade la caratterizzazione dei personaggi. Il protagonista Enrico, neofascista costretto a nascondersi in un centro d’accoglienza, è sicuramente una figura significativa in questo senso.

A Io e lo sceneggiatore abbiamo discusso molto sul protagonista, dato che non volevamo rappresentarlo in modo univoco rendendolo automaticamente il cattivo. Abbiamo tentato di mettere al centro delle vicende un ragazzo che semplicemente ignora la complessità del mondo che lo circonda. Fondamentale è stato l’apporto di Antonio Bennò, giovane attore che ha reso benissimo il concetto di camminare sul filo del rasoio, perché Enrico doveva destare simpatia senza mai permettere una vera e propria immedesimazione dello spettatore… Alla fine resta pur sempre un fascista!

Q Go Home è stato uno dei primi film ad essere proiettato ad Alice Nella Città, che è indubbiamente una vetrina in Italia e in Europa. Siete soddisfatti del riscontro ottenuto?

A Assolutamente, la cosa bellissima è stata che siamo stati contattati direttamente dai selezionatori e il film è piaciuto immediatamente. Ero indubbiamente agitata, è stato un lavoro che ha coinvolto così tante persone che ho sentito il peso di moltissime responsabilità, però sono felice di come sia andata. Adesso stiamo valutando diverse proposte per la distribuzione italiana e estera, tanto che il film probabilmente riuscirà ad arrivare in sala l’anno prossimo.

Q Dal tuo futuro invece cosa dobbiamo aspettarci?

A Un altro horror! Sempre con Emiliano Rubi, sto lavorando ad una nuova pellicola con la stessa impronta ambivalente e metaforica di Go Home, ambientata però nelle mura domestiche; poi chissà, magari un film di fantascienza!