Shi Yang Shi: un Superman cinese diviso tra due culture

Shi Yang Shi

Arrivato in Italia ad undici anni, Shi Yang Shi si è imposto negli ultimi decenni come uno degli artisti di origine asiatica più importanti e poliedrici del panorama nazionale. Facendo del suo connaturato ibridismo culturale un punto di forza, l’attore – ma anche scrittore ed inviato – ha alternato nella sua carriera esperienze teatrali a ruoli cinematografici, non dimenticando naturalmente il piccolo schermo e facendo incursione perfino nel mondo editoriale. Proprio in occasione dell’uscita del suo primo romanzo autobiografico Cuore di Seta, Shi ha raccontato se stesso e il lungo percorso che lo ha condotto ad essere l’uomo e soprattutto l’artista eclettico che è oggi. Dalle sue parole, tutto sembra essere iniziato dal palcoscenico: «Reputo che il teatro sia la Cenerentola dell’arte, perché richiede uno sforzo quotidiano. Essenziale per la mia formazione è stata l’esperienza di Spazio Compost a Prato: la reputo la mia vera scuola, perché ho potuto trovare un luogo di confronto multiculturale.»

shi yang shi

Q Il tuo amore per l’arte è però precedente. Quando hai iniziato ad interessarti a questo mondo e, naturalmente, al cinema?

A In realtà, fin da bambino sono sempre stato un piccolo artista, infatti a 11 anni dipingevo; quando sono arrivato in Italia ho dovuto soffocare questa mia passione, a causa delle difficoltà riscontrate dopo essermi trasferito. Ho iniziato ad interessarmi seriamente al mondo del cinema quando avevo 24 anni; studiavo marketing alla Bocconi e nel frattempo lavoravo come venditore ambulante. La magia del grande schermo mi ha travolto quando ho intrapreso la carriera di traduttore e ho avuto la possibilità di confrontarmi con Gong Li, che si trovava al Festival del Cinema di Venezia come presidente di giuria. È stato proprio a lei che ho confidato il mio desiderio di intraprendere la professione dell’attore ed inaspettatamente mi ha incoraggiato. Anche Tian Zhuangzhuang, regista che quell’anno ha presentato alla kermesse Springtime in a Small Town, mi ha spronato a seguire la mia strada, indirizzandomi appunto agli studi teatrali dato che, mi disse, “noi preferiamo gli attori di teatro perché si impegnano e studiano di più”.

Q Hai quindi stravolto la tua vita buttandoti nel mondo dello spettacolo. È stato difficile intraprendere questa strada?

A Sì, è stato molto difficile, ma era una cosa che sentivo di dover fare: mi sarei disperato se fossi diventato un producer per altri. Io provengo da una famiglia che in Cina era abbiente ma che, una volta arrivata in Italia, è diventata molto povera, quindi le aspettative dei miei genitori si concentravano tutte su di me. Quando avevo vent’anni mi sono trovato in una situazione in cui mi rendevo conto di essere incapace di sognare, perché mio padre mi vedeva come un potenziale drago, ovvero secondo la cultura cinese un imprenditore a capo di un’azienda. Io però ho deciso di ribellarmi. Dopo l’esperienza a Venezia, ho cominciato a sostenere provini e a propormi. Sempre al Lido, ho incontrato Gianni Amelio che mi ha assunto come aiuto-regista, oltre che in un piccolo ruolo, nel suo film La stella che non c’è, un dramma sui rapporti commerciali tra Italia e Cina. Da lì ho cominciato a collaborare con diversi registi, come Giuseppe Tornatore, Silvio Soldini e Luca Luccini.

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Q Cineasti importanti, nonostante il cinema italiano non offra molti ruoli ad attori di origine cinese.

A È difficile per me trovare ruoli complessi. A volte indubbiamente capita: ad esempio, il personaggio che interpreto nella soap-opera Un posto al sole sta diventando davvero stimolante, perché sta prendendo una piega che mi piace molto. Tuttavia, è una realtà difficile, perché non è semplice emergere. Non bisogna però lasciarsi travolgere dal vittimismo, non mi reputo assolutamente una vittima e non voglio esserlo. Io e i miei colleghi continuiamo infatti a scrivere e a recitare. Sono sicuro che con il tempo, e magari con un po’ di ritardo, il cinema italiano ci darà il giusto spazio.

Q Dopo il teatro e il cinema, e accanto anche alla tua breve avventura come inviato televisivo per Le Iene, ultimo in ordine di tempo è stato invece il tuo confronto con la scrittura. Come è nata l’idea di raccontare la tua vita in un libro?

A Nel 2015 mi hanno proposto per la prima volta di scrivere il libro Cuore di seta ed io inizialmente non ero convinto. Riflettendo però mi sono reso conto di avere il desiderio di mettere su carta la mia storia, al fine di poter creare un ponte tra diverse culture e anche tra diverse sessualità. Io faccio parte della comunità LGBT+ e naturalmente di quella cinese, quindi volevo raccontare in modo chirurgico ma anche con rispetto queste due realtà, cosicché tutti potessero rispecchiarsi. Il libro non è nato con intenti politici, ma ci sono diritti che devono essere riconosciuti e, parafrasando Camus, la mia arte non fa attivismo ma quando l’attivismo chiama l’arte risponde.

Q Cinema, teatro, televisione, letteratura: quattro arti che hai sempre cercato di intrecciare, non dimenticando il tuo essere italiano e cinese. Alla luce di tutto quello che hai fatto, cosa ti si prospetta per il futuro?

A Mi piacerebbe ricominciare a dipingere. La pittura è il mio grande amore perduto. Pensando al cinema, però, vorrei diventare Superman cinese. Certo, abbiamo Jackie Chan e Bruce Lee, ma manca un vero supereroe cinese e io spero di poterlo diventare!