Nicola Curtoni, Emilia Desantis e la ricerca delle sale cinematografiche

Nicola Curtoni

Mentre lo scontro mediatico tra Netflix e le associazioni degli esercenti di cinema si fa sempre più radicale, Fabrique ha sentito una voce fuori dal coro, quella di Nicola Curtoni, che con Emilia Desantis ha scritto Alla ricerca della sala – Il Giro (d’Italia) dei Cinema (qui il sito ufficiale del progetto).

Q Nicola, come nasce il progetto del Giro (d’Italia) dei Cinema?

A Lo avevo in testa da tre anni. Ho lavorato prima come volontario, poi come servizio civile in una sala francese. Per un altro anno sono stato responsabile di programmazione in un multisala indipendente francese, il Ciné Manivel di Redon. Così ho conosciuto il progetto del Tour de Cinema: un giro di Francia tra le sale indipendenti. Mi son detto: quando tornerò in Italia voglio ripartire da un progetto così. Andare a incontrare gli esercenti che fanno un lavoro originale in tutta Italia, dal privato alla gestione parrocchiale, dalla fondazione alla cooperativa, e raccogliere le “buone pratiche”, un lavoro che non è mai stato fatto in Italia. Ho conosciuto Emilia quando era studentessa allo IULM a Milano. Dopo un’esperienza di lavoro in UCI, anche lei era motivata a fare questo giro di 50 giorni, del tutto autofinanziato, che tra settembre e ottobre 2017 ci ha portato in 38 città e in 17 regioni diverse, visitando 48 cinema. Un itinerario di 5400 chilometri.

Q Tra i 48 cinema del libro, c’è una storia che vi ha colpito in modo particolare?

A Abbiamo visitato veramente tantissime realtà diverse. Una storia molto bella che merita di essere raccontata è quella del Postmodernissimo di Perugia. Questi giovani si sono intestarditi a voler riaprire una sala dove gli esercenti “tradizionali” avrebbero sostanzialmente fallito. Riaprono con una missione sociale e culturale forte, legata al territorio, in un centro storico difficile. Ed è un successo. Dopo quattro anni il mutuo è stato ripagato, il cinema funziona benissimo dal punto di vista economico, sociale e culturale. Tra l’altro quest’anno a Venezia 75 hanno vinto il Premio Lizzani come gli esercenti più innovativi.

Q Nel vostro libro si parla di molte nuove sale legate all’iniziativa di giovani realtà imprenditoriali.

A Secondo i dati SIAE i biglietti venduti nello Stivale sono stabili da un quarto di secolo (90 mln nel 1989, 92 mln nel 2017). Il Cinetel ci parla di un saldo positivo di +119 monosale dal 2013 al 2017. Questa rappresentazione mediatica “la sala sta morendo” non riesco a capire da dove salti fuori. Uno dei problemi che noi abbiamo toccato con mano in questo Giro è che molte realtà di esercizio piccolo non riescono a professionalizzarsi. La bellezza del Post Mod è che alla base ci sono dei dipendenti, che fanno affidamento su una comunità che li aiuta, fatta anche di volontari. Se noi non diamo lavoro ai giovani nell’ambito della cultura, avremo ancora di più quella “fuga di cervelli” che vedo verso la Francia. Parliamo di volontariato culturale, ma in Italia queste sperimentazioni sono più difficili: sono rari i cinema dove esistono entrambe le parti, dipendenti e volontari.

Q In base alla tua esperienza quali sono le differenze tra Italia e Francia nella gestione della sala?

A In Francia i politici, anche a livello locale, riconoscono il valore della sala come luogo di socializzazione e luogo culturale. Nei piccoli centri abitati significa sostenere una visione collettiva che implica uscire di casa, stare insieme. Poi ci sono più abbonati, più agevolazioni fiscali, ma il problema in Italia non è Netflix, è un sistema molto fragile. Uno dei nostri problemi è l’essere molto nostalgici. Io ed Emilia siamo più interessati a quello che sta accadendo: sono tantissime le sale che riaprono con dei format innovativi, diversi, partiamo da lì per creare una condivisione di idee.

Q Tra le nuove monosala in Italia che avete visitato, puoi raccontarci dei casi esemplari di “buona pratica”?

A Il dato del Cinema Beltrade è impressionante. Una sala parrocchiale che faceva seconde visioni con una resa economica molto bassa. Il giorno che l’abbiamo visitato questo cinema faceva 37.000 biglietti, con +45% di presenze rispetto all’anno precedente. Perché sono cresciuti così tanto? Perché si sono inventati un format che a Milano nessuno faceva, con aperitivi e incontri. Mi ha colpito anche l’iniziativa Abbonamento 14 a Torino. Esercenti diversi si sono messi in rete, in centro cittadino, creando una formula vantaggiosa per lo spettatore. È il modo che gli indipendenti (più o meno giovani) hanno trovato per farsi forza contro i grandi gruppi. Di idee innovative nella parte finale del libro ce ne sono una sessantina. C’è anche la bella scommessa del Cinema Edison di Parma che fa film di qualità fuori dal centro storico, in un quartiere popolare, che di norma non è quello più sensibile al cinema d’essai. Eppure è riuscito a trovare un suo pubblico, grazie soprattutto all’energia dello staff. A Fossano, nel Biellese, dei giovani dipendenti di un cinema hanno voluto creare un’associazione che organizza proiezioni gratuite in luoghi insoliti e hanno avuto più sostegno dai privati che dalle amministrazioni locali. Spesso si fa affidamento solo sul pubblico, ma anche nel privato ci sono molte persone interessate al cinema, cinefili e non.

Q Riprendiamo una delle domande al centro del libro: come si resiste?

A Come si resiste e come si agisce. Quando incontravamo gli esercenti io ed Emilia tendevamo a dire: non ci interessa da dove vieni, ci interessa dove stai andando. A noi pare che siano quattro i temi più importanti. Il primo riguarda il rapporto col pubblico. Bisogna prima creare il bisogno di cinema, non solo di audiovisivo, ma di sala cinematografica. Il secondo è l’architettura: è necessario abbandonare l’idea di cinema come non-luogo, per farlo diventare un luogo a tutti gli effetti, con bar, libreria, spazi per bimbi, eventi che non siano prettamente cinematografici, sfruttando lo spazio della hall prima ancora del palco. Terzo: i cinema oggi hanno bisogno di persone poliedriche, che abbiano competenze tecniche e di comunicazione. La pubblicità ad esempio serve a valorizzare l’immagine del tuo cinema. Quarto: essere inclusivi, il legame con gli altri cinema, gli altri attori del territorio è fondamentale. Il nostro Giro è finito, ma la panoramica è lungi dall’essere esaustiva. Siamo interessati a conoscere altre sale. Emilia attualmente sta finendo la tesi. Io sono “animatore” in una monosala a Tirano (Sondrio). Il mio ruolo spazia dai bandi alla animazioni per le scuole, dalla scelta dei film alle gestione logistica della sala. Il film da solo non basta per animare la sala. Non si può più aspettare che il film lavori per noi. Bisogna rimboccarsi le maniche.