To Lino with love

Lino Guanciale fotografato da Roberta Krasnig per Fabrique du Cinéma a Ex Dogana a Roma
Lino Guanciale fotografato da Roberta Krasnig per Fabrique du Cinéma a Ex Dogana a Roma.

Ha preso botte nei vicoli di Napoli insieme a Vincenzo Alfieri, è stato diretto da Woody Allen e ha prestato il volto a tantissime fiction nostrane. Lino Guanciale si racconta tra grande schermo, televisione e palcoscenico.

Non si risparmia, ripercorrendo le tappe che ne hanno fatto uno dei volti più noti al pubblico televisivo e ora anche a quello cinematografico. Lino Guanciale ricorda che fin da adolescente, in quel di Avezzano, era un grande cinefilo: «I primi film che ricordo di aver visto sono La carica dei 101 e La voce della luna di Fellini. Ero il più giovane abbonato alle sale d’essai della mia città. Vale a dire, l’unico sotto i 50 anni!». Ben presto arrivia il richiamo del teatro: «Ma tendevo a stare alla larga dal palcoscenico, perché intuivo che calcare le scene avrebbe potuto sconvolgermi la vita. E fu esattamente quello che accadde quando, alle superiori, frequentai un laboratorio teatrale. Ero convinto che avrei fatto il medico, avevo anche superato il test d’ingresso, ma, il giorno prima di iscrivermi alla facoltà, ho detto ai miei che avevo cambiato idea».

QÈ stato allora che hai iniziato a conoscere il teatro da vicino?

A Sì, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma. Ho capito che la casa dell’attore è il teatro, è lì che ci si mette a nudo attraverso il contatto diretto con il pubblico. Si corrono più rischi, bisogna percorrere strade più difficili, e per il passaggio al cinema e alla TV è necessario imparare a calibrare il rapporto con la macchina da presa. Ancora oggi sono un teatro-dipendente: se non faccio almeno a un reading a settimana sto male. Essere diretto da Gigi Proietti in Romeo e Giulietta, quando ero completamente acerbo, è stato il modo migliore per cominciare a rompere il ghiaccio. Lavorare poi con Luca Ronconi e Claudio Longhi mi ha aiutato a capire come costruire un rapporto tra il teatro e lo spettatore. Entrambi puntavano molto sulla formazione del pubblico con laboratori e lezioni nelle scuole. E non posso non ricordare l’incontro con Edoardo Sanguineti, uno dei miei maestri in assoluto.

QHai recitato anche nel Fontamara di Michele Placido.

ACon Michele Placido ci si diverte da morire, è un vero vulcano. E gli devo moltissimo perché dopo aver interpretato il suo spettacolo ho avuto l’occasione di prendere parte al suo film Vallanzasca e di incontrare attori visti, prima d’allora, solo sullo schermo. Sul set è nata una bellissima amicizia con Kim Rossi Stuart: riesce creare sinergia con chi ha attorno. Anche altri personaggi noti sono umili come lui: Toni Servillo, Andrea Molaioli… Mi ha sorpreso positivamente accorgermi che, nel nostro ambiente, si tende più alla solidarietà che alla competizione. Dopotutto è un periodo critico per tutti: diciamo che, con buon senso, seguiamo la regola del “damose una mano”.

QCosa ti è rimasto, invece, delle esperienze cinematografiche?

AGrazie a To Rome with Love ho osservato come gli attori americani si avvicinano al set. Sono straordinariamente umili e non me l’aspettavo. Guardare un maestro come Woody Allen all’opera è stato impagabile: ha un’impostazione teatrale, lascia liberi gli attori e lavora tanto di montaggio. Peccato che ho avuto l’impressione che avesse più voglia di fare il turista per Roma e gustarsi una cacio e pepe, più che puntare alla riuscita del film. Tutto il contrario per Meraviglioso Boccaccio. I fratelli Taviani erano molto presi dal progetto e ascoltarli battibeccarsi, sempre in maniera fruttuosa, è stato uno spasso. Il film aveva ottimi presupposti, ma una certa tendenza all’autoreferenzialità forse ha penalizzato il risultato.

QArriviamo, infine, ai Peggiori.

AIl copione di Vincenzo era travolgente, ha strameritato la candidatura ai Nastri d’Argento. Il buon esito del film è un ottimo segnale per il cinema italiano, indice di una grandissima vitalità e di un momento favorevole per tornare a produrre lavori di genere. Eravamo maestri in questo, e dovrebbero tornare a costituire l’ossatura del nostro sistema. I produttori fanno bene a credere nel ritorno del genere: è lì il futuro.

Girare tutto in sole cinque settimane non è stata una passeggiata. Mi sono cimentato con un registro che non avevo mai toccato né in cinema né in TV, solo in teatro. In televisione, però, la mia funzione era far ridere facendo l’antipatico. Ne I peggiori si fa leva su tutt’altro. La sfida maggiore è stata godersi il personaggio senza perdere di vista l’obiettivo di base: coniugare la comicità con l’action. È una parodia del genere superhero in cui la macchina ironica funziona con grande coerenza e credibilità. Il film che mi ha aiutato di più per prepararmi è stato I soliti ignoti, che, parodiando i canoni del noir e del crime dell’epoca, giocava allo stesso modo la carte dell’ironia.

QE adesso, quali nuovi impegni ti aspettano?

ASono nel cast di La casa di famiglia con Libero de Rienzo, Matilde Gioli e Nicoletta Romanoff. La regia è di Augusto Fornari, attore alla sua prima esperienza dietro la cinepresa. E poi, arriveranno i sequel di varie fiction: L’allieva, La porta rossa. A dicembre sarò al Teatro Argentina di Roma con Ragazzi di vita di Pasolini. Una mole di lavoro che mi preoccupa ma, come sempre, al tempo stesso mi stimola.