In the Same Boat, le vie infinite del reddito di cittadinanza

in the same boat

Nel corso dell’ultima settimana non sono mancati su diversi quotidiani italiani i riferimenti ad un misterioso documentario, dal contenuto a dire poco controverso e attualmente distribuito in un pugno di sale (che potrebbero aumentare nell’immediato futuro). Si tratta di In The Same Boat, primo lungometraggio del compositore e regista Rudy Gnutti (romano trapiantato in Spagna), girato ormai quattro anni fa e dal lontano 2016 in perenne giro per le rassegne di mezzo mondo. Quell’anno, In The Same Boat aprì il Festival dell’Economia di Trento, per poi farsi vedere in Messico, Belgio e ovviamente Spagna. In Italia, il film ha però dovuto aspettare la fine del febbraio 2019 per trovare le prime distribuzioni. Il motivo dell’improvviso interessamento pubblico (e mediatico) per un lavoro prima invisibile non poteva che essere politico. In The Same Boat si presenta infatti come il documentario “definitivo” sull’Universal Basic Income. Ovvero, il reddito di cittadinanza.

Prima di ciò, In The Same Boat è però anche e soprattutto il debutto di Rudy Gnutti come autore cinematografico. Il regista, compositore di colonne sonore per la televisione spagnola dagli anni Novanta, scelse nell’ormai lontano 2014 di affrontare una questione che per la prima volta, proprio in quegli anni, usciva dalla dimensione dell’economia speculativa per entrare finalmente nel linguaggio politico di tutti i giorni. Da allora, il valore “di mercato” del film è cresciuto esponenzialmente: il dibattito attorno al tema del Reddito si è fatto più rumoroso e ai nuovi esperimenti svedesi e svizzeri è seguito il probabile approdo del legislativo italiano a una versione tutta nostrana del decreto. Proprio la particolare e contestatissima edizione “grillina” della teoria economica sembra aver aperto le porte a In The Same Boat. Non per forza in termini positivi.

in the same boat

Ma in cosa consiste, esattamente, In The Same Boat? Il lavoro di Gnutti non mira certo basso. Con ambizione lodevole, il documentarista si lancia in settanta densissimi minuti di un’elaborazione volenterosa e semi-esaustiva di cause, effetti e possibili soluzioni. Ne viene fuori non tanto un saggio o un pamphlet, ma una sorta di panoramica compressa, resa entusiasmante da un lavoro di montaggio e scrittura sopraffino: un “bignami”, che riconduce l’ultimo decennio del dibattito ad una trattazione sistematica e sapientemente divisa per punti della questione. Si parte dunque dai cataclismi delle politiche neo-liberiste di questo trentennio (l’economia globalizzata, l’esaurirsi delle risorse naturali), le catastrofiche conseguenze (disoccupazione di massa, concentrazione delle ricchezze), gli scenari futuri (automazione) e presenti (Universal Basic Income, appunto).

A valorizzare il risultato, la decisione di Gnutti di non limitarsi alla trattazione numerica (che pure c’è), ma di alzare il tiro interpellando direttamente una serie di figure chiave nella teoria socioeconomica contemporanea. Da Serge Latouche a Mauro Gallegati, da José Mujica a Erik Brynjolffson, fino ai compianti Zygmunt Bauman e Tony Atkinson, scomparsi successivamente alle riprese. La volontà dell’autore è di giocarsi il tutto per tutto: non limitandosi all’opera divulgativa, ma legittimando lo studio attraverso il coinvolgimento del maggior numero di voci possibili nel coro attuale.

In tale contesto è inevitabile che qualcosa finisca disperso. Non è possibile partire da Keynes e approdare all’accelerazionismo, zoomando attraverso quasi un secolo di teoria economica e rivoluzioni digitali in un’ora scarsa di girato, senza perdersi qualche implicazione per strada. Alla fine, le domande sono forse più delle risposte: come affrontare l’esaurimento delle risorse? Il capitalismo sarà ancora sostenibile? Come reagirà il sistema bancario ai mutamenti inevitabili, anzi già in corso? E sarà infine possibile liberarsi dell’idea stessa del lavoro, rivoluzione culturale ancora più spaventosa di quella sociale? È il naturale errore da eccesso di foga del documentarista agli esordi, ed è giusto passarci sopra. Non è compito di Gnutti risolvere il dibattito in mezzo al quale si pone. Il lavoro di ricerca fatto è già notevole così.

In tutto ciò, non si riesce a trovare lo spazio per inquadrare la polemica in cui, negli ultimi giorni, l’Italia ha incastrato In The Same Boat. Il discorso portato ostinatamente avanti dal film di Gnutti – girato ormai quattro anni fa, val la pena ricordarlo – è quanto di più lontano possibile da ciò che in questi mesi si è letto sui giornali. Come lo stesso autore ha ribadito nel corso degli incontri con i quali ha accompagnato l’arrivo del film a Roma, il tema delle lunghe e articolate interviste del film rimane altro. Eppure, nel più assurdo caso di pubblicità non voluta ma ben accetta a memoria recente, In The Same Boat è finito per uscire al cinema proprio grazie a questo; in particolare, ad un clamoroso endorsement apparso addirittura sul blog di Beppe Grillo nei giorni immediatamente precedenti alla distribuzione. Il caso tutto italiano di un film “dimenticato” nel circuito dei festival, recuperato come “Cult della Grillonomics” (citando un noto quotidiano), e riscopertosi da un giorno all’altro manifesto di partito suo malgrado. Le vie per le sale, ancora una volta, sono infinite.