Cecilia Albertini, la scelta di Veronica

cecilia albertini

Cecilia Albertini studia a Milano e poi in America tra New York e Los Angeles. Sperimenta esplorando in vari corti figure femminili mai banali e dirige Francis Ford Coppola’s Live Cinema. Labor, selezionato in vari festival in giro per il mondo (riportando già un paio di premi, all’Afrodite Shorts Festival e al Moscow Shorts Award), è un cortometraggio controverso perché tocca i temi dei diritti della donna, il suo rapporto con il corpo e il dibattito sulla GPA (gestazione per altri). Labor racconta la storia di una madre surrogata che si trova ad affrontare una decisione difficile: le viene chiesto di abortire il bambino che porta dentro di sé per conto di un’altra donna.

cecilia albertini

Q Perché hai scelto gli Stati Uniti?

A Amo l’Italia ma, com’è noto, negli USA ci sono più scuole di cinema e più opportunità. E poi là mi sentivo più libera di essere me stessa e di esprimermi creativamente, forse perché non mi conosceva nessuno e non avevo paura dei pregiudizi. Mi sono iscritta alla Columbia University, dove ho studiato Film Studies, un percorso incentrato sulla storia e la critica del cinema. Poi, dopo due anni di lavoro come assistente in varie case di produzione, mi sono iscritta alla UCLA di Los Angeles, dove ho portato a termine un master in regia. Così ho avuto modo di scrivere e girare diversi corti.

Q Giri, scrivi e editi ma sei anche un’attrice: quando hai deciso di passare dietro la macchina da presa?

A Quando mi sono accorta che recitare e basta non mi stimolava abbastanza. Mi piaceva molto, ma c’era qualcosa che mi mancava. Era l’inventare storie, personaggi, e forse anche per il senso di controllo che la scrittura e la regia mi danno. Avere recitato in passato ha influenzato tantissimo il mio lavoro con gli attori, perché sono stata al loro posto. So cosa si prova a essere vulnerabili davanti alla telecamera e a dover tirare fuori le emozioni, ripetendo la stessa scena all’infinito. Capire gli attori mi aiuta a non trattarli come alieni o peggio ancora come burattini.

Q Il tuo corto, Labor, è tratto da una storia vera. Come sei entrata in contatto con la vicenda di Veronica?

A Ho letto un articolo mentre stavo facendo delle ricerche per un altro progetto sull’inseminazione artificiale. Il mondo della surrogazione mi ha sempre colpita e questa storia vera mi ha affascinato per la sua complessità di punti di vista.

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Q Parlami della scelta di accostare le immagini crude del pollaio e della macellazione con la vita di Veronica. Come è stato accolto Labor nei festival?

A Nella scena del pollaio con cui si apre il film domina un senso di inevitabilità. I polli sono destinati a morire, sono in trappola. Anche Veronica in un certo senso è in trappola quando viene forzata a interrompere la gravidanza. Credo che una scelta simile possa prenderla solo la donna e imporla dall’esterno mi sembra un atto invasivo e violento. Naturalmente però non voglio condannare il personaggio della madre biologica, anche lei ha le sue ragioni. In questa storia non viene fornita una soluzione al dilemma che attanaglia Veronica. Labor è stato accolto bene nei festival, nonostante il tema difficile e controverso: ciò dimostra che le persone vogliono vedere anche questo tipo di film.

Q Hai diretto un documentario su Francis Ford Coppola e il live cinema, un esperimento a metà tra un set e un palcoscenico teatrale che consiste nel girare un film, montarlo e mostrarlo al pubblico in tempo reale. Ma Distant Vision è anche e soprattutto la storia di una famiglia di immigrati italiani in America, negli anni Venti.

A Proprio così. Nell’estate del 2016 Francis Ford Coppola è tornato nella sua Alma Mater, la UCLA, per mettere in piedi un progetto di live cinema. È stato bellissimo osservarlo per un mese, lo seguivo ovunque sul set e lo intervistavo quasi ogni giorno: una persona incredibilmente umile, generosa e disponibile. A volte ammetteva apertamente di non sapere cosa stesse facendo e di essere lì per imparare lui stesso. Sul set cantava, si divertiva, ogni tanto si arrabbiava, scherzava, rideva con tutti. Ha l’anima di un bambino ed è una vera ispirazione. Gli piaceva molto parlare in italiano con me e con gli altri italiani sul set (c’era anche Marta Savina). Mi diceva sempre di sentirsi molto più italiano che americano.

Q Quali sono i tuoi progetti per il futuro, ti senti pronta per un lungometraggio?

A Sì, credo di essere pronta per un lungo. Sto lavorando a dei soggetti da girare qui in Italia e ad altri per l’America. Non so ancora cosa finirò per fare, nel frattempo mi dedicherò a un altro corto. L’importante è continuare a creare. Di certo mi piacerebbe un film qui in Italia, nella mia lingua, con la mia gente e in una cultura che amo. Vivendo all’estero per quasi dieci anni mi sono, paradossalmente, innamorata di più dell’Italia. Sarà banale, ma ho scoperto tutte le cose meravigliose che abbiamo e che vivendo qui davo per scontato.