Marco Jemolo. Framed, tra tecnica e sentimento

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Siamo davvero padroni della nostra vita o inconsapevoli schiavi di un sistema senza via d’uscita? Il corto animato Framed (qui il trailer), incluso nella cinquina dei finalisti ai Corti d’Argento 2018, ruota attorno a questo angoscioso dilemma e lo dipana attraverso un breve incubo angoscioso ed enigmatico, che ha il volto terrorizzato di un pupazzo di plastilina. Il suo autore, Marco Jemolo, racconta: «Il lavoro di cineasti come Roman Polanski o Ettore Scola ha sempre catturato la mia attenzione. Entrambi hanno realizzato film in singoli ambienti, conferendo loro un peso che trascende quello di una semplice location. Sono riusciti a far parlare gli spazi come fossero personaggi. Inoltre, volevo che s’instaurasse un rapporto contrastante tra l’ambiente claustrofobico e il desiderio di fuga del personaggio, in modo da comunicare efficacemente al pubblico emozioni intense e drammatiche. E poi, chi non si è mai sentito spaesato nella vita?».

Q Come mai hai scelto l’animazione in stop motion per la tua storia?

A Sono cresciuto nel momento d’oro della stop motion (tra Nightmare Before Christmas e Wallace e Gromit). Il suo collocarsi a metà tra il film e il cartone animato, con quel movimento fluido ed espressivo, è la trasposizione cinematografica del bambino che gioca coi pupazzi. Nel caso di Framed, la decisione però è motivata dalla storia, il cui fulcro è il libero arbitrio. Troppo spesso sono le condizioni esterne a determinare le nostre scelte, e avere un pupazzo come protagonista era la maniera più semplice e diretta per affrontare un tema non facile come questo. Devo aggiungere inoltre che è una mia battaglia personale sostenere che l’animazione non è un genere, ma una tecnica. Girare un film in stop motion per me equivale a dire “faccio un film in bianco e nero”. Si tratta del resto di una tecnica che volevo sperimentare da tanto tempo: concede, da un lato, il controllo assoluto sulla fisionomia e la spazialità del personaggio; dall’altra, si è costretti necessariamente a lavorare con vincoli specifici. Mi spiego meglio: una ripresa richiede talmente tanto tempo che è difficile poterla rifare. Quindi, per la stragrande maggioranza delle volte, vale il “buona la prima”!

Q Quali altre sfide si incontrano nella realizzazione di un lavoro come Framed?

A La principale, senza dubbio, è convincere i produttori a realizzarlo. Bisogna incontrare qualcuno che condivida la tua passione e che capisca, ad esempio, che con la stop motion non è possibile visionare le riprese giorno per giorno… Deve riporre grande fiducia nella troupe. Quindi il primo passo è anche il più difficile. Framed è stato girato a Torino, dove lavorano i migliori animatori d’Italia, nell’estate del 2016. Le riprese sono durate due mesi e pensa: in una giornata proficua portavamo a casa appena due secondi di girato! Altro aspetto insolito: quando si lavora con le tecniche d’animazione, il montaggio è deciso prima di realizzare le riprese, col suono e coi disegni preparatori. Bisogna avere molta immaginazione, avere già in testa il risultato finale, e la fase di storyboard è estremamente minuziosa e meticolosa, così come il videoboard. Bisogna cercare di prevenire qualsiasi imprevisto. Il risultato probabilmente non corrisponderà interamente alla tua idea iniziale, ma lasciare alla squadra un margine di autonomia nella fase creativa rappresenta un valore aggiunto.

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Q A proposito di risultato, cosa ti rende più fiero?

A La reazione di chi guarda il corto, che ormai ha girato il mondo con i festival. È stato anche al Giffoni, una rassegna dedicata ai giovani, che più di chiunque altro dicono onestamente se restano affascinati o meno da qualcosa. Framed, nonostante sia breve, riesce a polarizzare l’attenzione e a parlare allo spettatore. Ascoltando tanti pareri, mi rendo conto che ciascuno lo ha fatto suo in maniera diversa, cogliendo sfaccettature differenti. È un risultato incredibile per un film così piccolo e, secondo me, in buona misura è legato proprio all’animazione. La stop motion è molto artigianale… la mano degli artisti è sotto gli occhi di tutti. Questo rapporto con dei materiali in continua mutazione all’interno dello schermo trasmette costantemente vitalità al pubblico.

Q Perché in Italia, secondo te, si lavora così poco con tecniche di questo tipo?

A Come ti accennavo, l’animazione ha tempi lunghissimi e, a livello di costi, è pressoché pari ai film live action. Anche sul fronte della distribuzione non mancano le problematiche, soprattutto per gli orari in cui li collocano le sale cinematografiche: la fascia pomeridiana tipicamente rivolta ai bambini e ai ragazzi, anche quando il film non è proprio “per bambini”. Ho lavorato per un po’ di tempo a Londra (avevo aperto una ditta di filmmaking per spot pubblicitari) e ho notato una differenza significativa nell’approccio che hanno gli inglesi al lavoro. Sono un popolo libero dai pregiudizi e difficilmente ti sentirai dire “non esiste mercato per questo prodotto”. Piuttosto ti diranno “perché no?” e, magari, da una chiacchierata al pub prenderà vita un progetto vero e proprio. Il mercato italiano raramente rischia e scommette. Però adesso si avverte un cambiamento, iniziato con Gatta Cenerentola. Anche Netflix sta puntando molto sull’animazione: ricordiamo che il suo contenuto più premiato è Bojack Horseman, una serie animata con animali parlanti. Insomma, dobbiamo darci tempo. Grazie a Framed ho conosciuto alcuni tra gli animatori più interessanti d’Italia e confrontarmi con loro è stato preziosissimo. Sono dei “tecnici sentimentali”, degli artisti puri e preparatissimi.

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Q Come lavori, in genere, sugli attori “in carne e ossa” e come ti sei posto in relazione, invece, con gli animatori?

A Agli attori chiedo prima di tutto cosa pensano della storia e del loro personaggio, perché è fondamentale lavorare con chi ha compreso a fondo il progetto. Il regista deve essere il primo interprete di un testo, individuando gesti, azioni e suggestioni. Questo accomuna sia il mio modo di dirigere gli attori che gli animatori (entrambe ragazze, nel caso di Framed). Una volta raggiunta una sintesi tra emozioni, intenzioni e obiettivi, si può lasciare libertà agli artisti, che devono poter sperimentare e metterci del proprio. Ho sempre pensato agli attori come persone estremamente generose: regalare un volto e una voce all’idea di un altro è un atto di totale abnegazione e mi coinvolge molto vederli lavorare. Con l’animatore si crea prima un legame tecnico e poi, durante il set, nasce anche quello emotivo. Il mio compito è fargli percepire la direzione che sta prendendo la scena e dove arriverà l’arco emotivo del personaggio.

Q Il protagonista di Framed è tragicamente prigioniero degli eventi che lo travolgono. Volevi rappresentare le condizioni in cui spesso lavorano i registi?

A Onestamente no, pensavo più a una condizione universale. A subire pressioni esterne sono anche i postini, i baristi, i medici… ciò che ho cercato di fare è non limitarmi a dirigere un testo, ma anche creare le circostanze. A rendere possibile questo corto è stato un mix di risolutezza e fortuna e, in questo senso, mi sento molto vicino al protagonista. Lui ha un fuoco dentro per cui non si dà pace. Forse Framed all’apparenza è un corto molto pessimista ma, in realtà, volevo dare modo a tutti di riflettere sul fatto che il segreto della realizzazione personale risiede nella determinazione.

Q Di cosa ti stai occupando adesso?

A Attualmente sono impegnato sul set della seconda stagione de Il cacciatore e mi sto divertendo molto. La mia idea, per il momento, è fare un passo indietro e lavorare in sistemi più grandi, anche ricoprendo ruoli minori. Sento di avere ancora molto da imparare e ho delle storie nel cassetto che mi piacerebbe realizzare… ma, per ora, basta animazione.