Marco Pellegrino e Luca Jankovic. Moths to Flame

Moths to Flame

A cinquant’anni dal primo passo sulla Luna, Moths to Flame rende omaggio all’impresa che per anni ha stimolato le fantasie dei complottisti. L’allunaggio è il pretesto per parlare della ricerca della verità, in un’epoca come la nostra flagellata dalle fake news.

Nel corto vincitore ai Nastri d’Argento 2019, l’attore hollywoodiano David Menkin interpreta l’idealista Neil Armostrong, mentre Buzz Aldrin, più pragmatico, è impersonato da un impeccabile David Callahan, attore americano prestato alla televisione italiana. I due astronauti sono facce della stessa medaglia e devono compiere un’impresa che si rivelerà essere solo un’illusione. Una simbologia di dualità ricorrente che ritroviamo anche dietro le quinte, con i due registi: Marco Pellegrino, autore del soggetto e delle musiche, e Luca Jankovic, regista sperimentale e fondatore di Box Vision.

Q Attratti come falene dalla luce artificiale del cinema, hanno collaborato sotto ogni punto di vista raggiungendo una sintonia palpabile.

A M: Ho seguito una gavetta standard, mi sono trasferito dieci anni fa a Roma e ho iniziato a lavorare parallelamente come assistente alla regia e aiuto casting, collaborando a diversi film e serie italiane di rilievo internazionale, tra le quali Habemus Papam di Nanni Moretti, La passione di Carlo Mazzacurati, To Rome with Love di Woody Allen, Brutti e cattivi di Cosimo Gomez e Una questione privata di Paolo e Vittorio Taviani. Ho sempre portato avanti l’interesse per la regia lavorando anche come regista di videoclip e parallelamente come musicista.

A L: Appena finito il corso di Digital Filmaking alla SAE di Milano, ho iniziato subito a lavorare come filmaker nei reparti più tecnici. Nel frattempo, ho iniziato a girare cortometraggi. Nel 2017 ho fondato Box Vision e ho prodotto I mostri 2.0, un progetto ispirato al film di Dino Risi I mostri (1963), una serie di sette cortometraggi. Mi sento in una fase di sperimentazione, più provo progetti differenti tra di loro e più imparo.

Q Come è stato lavorare in co-regia?

A M: È stata un’esperienza importante e molto bella. Ho realizzato altri lavori insieme a dei co-autori, ad esempio ho scritto un romanzo a quattro mani con Giulio Beranek Il figlio delle rane, che è uscito l’anno scorso per Bompiani. Mentre Moths to flame è stata la mia prima esperienza di co-regia vera e propria, al di fuori delle esercitazioni scolastiche. Lavorare in due amplifica le potenzialità, ma è stato possibile grazie alle lunghe chiacchierate e allo scambio di energia propositiva. Certo, serve il compromesso e aumenta anche il fattore dell’imprevedibilità, che permette di aggiungere qualcosa e forse di innamorarsi ancora di più del progetto.

A L: Per me è la prima co-regia, ho accettato il progetto al volo: non è un’esperienza semplice ma con Marco, forse per questione di carattere, non ci sono state tante difficoltà. Ci piacerebbe lavorare ancora insieme.

Q Escluso il DOP Alessandro Dominici, vi siete affidati a una troupe under 35: Matteo Chemel, Silvia Cremaschi, Fabio Filigi e Orash Rahnema. È stato difficile reperire i fondi?

A M: Abbiamo realizzato il progetto senza fondi pubblici, un investimento che abbiamo fatto per noi. È un momento particolare per Milano, c’è terreno fertile per i lavori più narrativi, ovviamente è la capitale della pubblicità ma ci sono molti giovani autori e artisti che hanno voglia di sperimentare e si sono prestati per l’impresa. Abbiamo realizzato il corto con un budget di circa 15 mila euro e con la co-produzione di Box Vision e dell’inglese Paguro Film di Giada Mazzoleni, in collaborazione con l’Ananim Production di Ghila Valabrega e il giovane team di Overclock.

A L: Abbiamo girato in un sottoscala nel quartiere Giambellino, eravamo un po’ in ansia all’idea di portare David Menkin, che aveva recitato per produzioni hollywoodiane, nella periferia di Milano, in un seminterrato. L’atmosfera sul set era professionale ma rilassata allo stesso tempo, abbiamo ribattezzato il quartiere Giambhollywood, e in pausa pranzo abbiamo dato lo stesso nome anche a una pizza. In quel seminterrato abbiamo ricostruito tutte le scene partendo da zero, tappezzando le pareti di rosso e rivoluzionando lo spazio; quando abbiamo finito abbiamo messo tutto a posto, ma la differenza era comunque abissale, tanto che abbiamo lasciato una porta rossa come segno del nostro passaggio! E il proprietario, che non riusciva ad affittare il locale da anni, c’è finalmente riuscito. Abbiamo portato bene…

Q Parlatemi del lavoro sul set con gli attori, entrambi professionisti stranieri. Com’è stato lavorare con loro? So che li avete lasciati liberi di improvvisare.

A L: Abbiamo avuto un po’ di difficoltà con la lingua, anche se uno dei due è americano ma vive in Italia da anni. Abbiamo impostato la lavorazione per poter fare due giorni di prove, uno con David Callahan e uno con David Menkin che è arrivato da Londra. Abbiamo lasciato loro libertà di movimento per poi fissare quello che ci piaceva. Da lì abbiamo modellato la regia, la spontaneità creativa degli attori ha aiutato moltissimo, anche per calibrare il linguaggio e le espressioni.

A M: Infatti una prima fase di traduzione è stata fatta con Callahan stesso, anche grazie a un suo contatto: Peter Flood, dialoghista per Le iene di Quentin Tarantino. Siamo riusciti così a fare un editing più interessante e aderente al linguaggio usato nell’America dei Sixties. Ci siamo concentrati molto sui dettagli narrativi e filologici di quegli anni. Il nostro è stato un lavoro un po’ vintage: ad esempio, non abbiamo potuto usare la pellicola, ma abbiamo scelto delle ottiche anamorfiche degli anni Sessanta.

Q A cosa state lavorando adesso?

A L: A un corto interamente ambientato in un ascensore che sta per cadere, al cui interno si ricrea una versione in miniatura della società italiana di oggi: un anziano un po’ bigotto e razzista, un muratore dell’Europa dell’est e una ragazza madre. Ho anche un paio di soggetti per lungometraggio, uno dei quali affronta i temi dell’amore, dell’inadeguatezza e della difficoltà del diventare adulti.

A M: A Faber Nostrum, l’album tributo a Fabrizio De André: in particolare al videoclip de I Ministri per la cover Inverno e con la band pugliese La Municipal per la cover di La canzone di Marinella. Ho anche una sceneggiatura in prima stesura, una storia al femminile, il tema è l’integrazione, parla di razzismo e vendetta.