Via Lattea: i frammenti di cinema del cortometraggio di Valerio Rufo

Una carriera vissuta in bilico tra realtà e finzione, dagli esordi come fotogiornalista al lavoro nella pubblicità. Valerio Rufo ha firmato con Via Lattea un cortometraggio che promette di essere il primo atto di una maturità registica già evidente.

Raccontare una storia è sempre un’opera di scelta, selezione. Infinitamente più numeroso di quel che si sceglie di dire è quel che si sceglie di non dire. Scrivere e girare un cortometraggio significa ancora più scendere a patti con la natura finita dell’atto narrativo. Un cortometraggio è sempre un frammento, una porzione di una storia più grande che non ci viene raccontata e che possiamo solo intuire, confinata nel dominio del più fantasmatico degli elementi fondanti il linguaggio cinematografico: il fuoricampo. Nei nove minuti che compongono Via Lattea, il corto d’esordio di Valerio Rufo, il fuoricampo è fondamentale.

Via Lattea ha due giovani protagonisti (Andrea Carpenzano e Daphne Scoccia), una coppia la cui vita è sconvolta dal caso, mentre aspettano un traghetto per le vacanze. Un frammento, una scheggia impazzita ‒ in un tempo sospeso come solo l’attesa di un viaggio, a vent’anni, può essere ‒ che sorprende e sconvolge due vite. Il cortometraggio, prodotto da Bosco e Futura in associazione con Groenlandia di Matteo Rovere, ha esordito nel circuito dei festival all’ultima edizione di Cortinametraggio, da cui è tornato con i premi alla Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista. Abbiamo incontrato Valerio Rufo nella sua casa romana all’Esquilino, per farci raccontare il percorso originale che lo ha portato a questo esordio estremamente promettente.

via lattea

Q Hai un percorso interessante, hai lavorato come fotogiornalista e poi sei passato alla pubblicità prima di arrivare alla regia.

A Sì, facevo il fotografo di cronaca nera per alcuni giornali ai tempi dell’università. Ho sempre frequentato però la scrittura e un po’ per caso sono finito a fare il copywriter per agenzie pubblicitarie. L’ho fatto per anni, ma l’idea della regia mi ha sempre sedotto, aspettando però di essere pronto ad avere qualcosa da dire. Ho iniziato girando uno spot di prova e una casa pubblicitaria ha iniziato ad a darmi la regia dei commercials e devo dire
che è un’ottima palestra. Hai uno scambio con i creativi dell’agenzia e, lavorando con altri, hai l’occasione soprattutto di affinare la tecnica. Devi stare attento al done before, hai lo stimolo a ricercare sempre nuovi modi espressivi.

Q Come è stato il passaggio alla fiction?

A I primi lavori pubblicitari che ho girato erano in stile documentario e mi hanno fatto entrare in contatto con storie davvero interessanti. Avendo una grande passione per la lettura e la scrittura, la fiction era però qualcosa con cui avevo necessità di confrontarmi: ho capito che mi piacciono le storie di persone normali a cui accadono eventi fatali che sconvolgono loro la vita. Il presupposto della realtà che viene scombinata dall’inatteso mi piace molto e lo ritrovo anche nei registi che prediligo.

Q A proposito, quali autori ti ispirano maggiormente?

A Le ispirazioni sono infinite, ogni progetto per come lo vivo io si porta dietro una sua ricerca. È l’occasione per studiare cosa è stato detto prima. Se dovessi rubare da registi giganteschi, mi piacerebbe avere la scrittura e l’ironia caustica dei Coen, la tecnica a orologeria di Fincher e la capacità di Sergio Leone di dar vita a un intrattenimento dai connotati mitici.

Q La cosa che più colpisce di Via Lattea è la grandissima cura dell’immagine. Sia dal punto di vista strutturale sia delle scelte fotografiche, è tutto molto coeso. Si sente che hai una visione estetica ben precisa nel restituire il mood della storia.

A Parte di questa responsabilità estetica va condivisa con Duccio Cimatti, il direttore della fotografia con cui ho sempre lavorato e con cui voglio continuare a lavorare. È una collaborazione che mi permette di girare in modo estremamente libero, mi regala momenti in cui ho totale libertà di campo. La scena della spiaggia è costruita così: ero in macchina e la fotografia era nello studio del momento di luce da sfruttare e inseguire. Avevamo pochi ciak ed è stato tutto molto istintivo, grazie anche al lavoro di Andrea Carpenzano, il protagonista. Cerco di non generare immagini belle in modo gratuito, di legarle alla narrativa. E poi amo lavorare in color correction, è uno strumento che mi piace controllare molto attentamente, se riesci a sfruttarne la forza narrativa ti permette di portare la tua storia a un livello superiore.

Q L’altra domanda che emerge guardando il corto è se questa storia crescerà o meno. È una prova generale di qualcosa di più esteso?

A È nata come una prova, volevo sperimentare delle atmosfere, non a caso sembra la scena di un film. I presupposti della storia paiono avere un prima non detto e un seguito da sciogliere. La risposta è quindi sì in termini di atmosfera, meno per quanto riguarda lo script. In questo momento sto scrivendo un soggetto che non ha direttamente a che fare con quella vicenda. Ma anche qui mi piace il modo in cui interviene la fatalità, l’inesorabilità del caso in un momento così particolare della vita dei due protagonisti e che, loro malgrado, li legherà per sempre. Questo tipo di inneschi mi piace e anche in tal senso sì, è una prova di alcuni elementi. In termini narrativi sto cercando di esplorare delle trame solide, che rendano onore alla capacità del pubblico di appassionarsi ed entrare nella storia.