PT ANDERSON: IL VIZIO DEL CINEMA

Intervista esclusiva con il regista di “Vizio di forma”. Fieramente girato in pellicola, il film è un noir sui generis di una bellezza visiva straordinaria, al contempo malinconico, esilarante, drammatico e poetico. In occasione della presentazione del film a Roma, ne abbiamo parlato con l’autore Paul Thomas Anderson.

A due anni di distanza da The Master, vincitore al Festival di Venezia del Leone d’Argento per la migliore regia e della Coppa Volpi per le magistrali interpretazioni di Joaquin Phoenix e del compianto Philip Seymour Hoffman, Paul Thomas Anderson è tornato nei cinema italiani con l’atteso Vizio di forma. Primo adattamento cinematografico di un romanzo di Thomas Pynchon, scrittore di culto circondato da un impenetrabile alone di mistero (non esiste una sola foto che lo ritragga negli ultimi cinquant’anni e nessuno sa dove viva), il settimo lungometraggio del grande cineasta losangelino è ambientato nel 1970 a Los Angeles e narra le bizzarre vicende dell’investigatore privato Larry ‘Doc’ Sportello alle prese con un’indagine che, mano a mano che la storia procede, assume connotati sempre più enigmatici.

Uno dei tratti distintivi dell’omonimo libro da cui è tratto il film, è questo forte senso di malinconia per un mondo che di lì a poco è destinato a scomparire per sempre: quello della cultura hippie losangelina degli anni Sessanta. In un certo senso, il film sembra raccontare di un’innocenza perduta da parte del suo Paese a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Sì, senz’altro. All’interno del libro ci sono un paio di righe particolarmente esplicite da questo punto di vista e che fanno proprio riferimento a un certo tipo di innocenza che, nella cultura statunitense, si è simbolicamente smarrito con gli efferati omicidi perpetrati da Charlie Manson e dalla sua gang. Quello che si respira nel film sembra un po’ l’ultimo periodo in cui poteva ancora andare bene essere sentimentali. Oggi non è più di moda e ha preso il sopravvento un atteggiamento differente nei confronti della vita.

Durante la lavorazione del film, è mai entrato in qualche modo in contatto con Thomas Pynchon? Da più parti si è anche scritto che il romanziere abbia partecipato al film con un cameo…

 Anderson ci pensa un attimo fissando il tavolo, con un mezzo sorriso stampato sulla faccia. Dopo qualche secondo, con un fare tra l’imbarazzato e il giocoso, si limita a scuotere la testa.

 Per scelta di chi?

 È stata una sua scelta. Ma non potremmo semplicemente far finta che Pynchon non esista? Voglio dire… in realtà potrebbe essere una ragazza o forse un bambino piccolo… potrebbero esserci tanti Thomas Pynchon. Quello che veramente conta è la sua opera. Ecco, forse se dovessi vivere una seconda vita mi piacerebbe fare come lui. Non che non mi piaccia stare qui con voi, beninteso. Ma trovo molto affascinante l’aura di mistero che aleggia intorno alla sua figura e che fa in modo che sia solo il lavoro a parlare per lui.

Il senso di malinconia che sottende l’intero libro è rappresentato molto bene nel film ed emerge anche in maniera evidente dall’eccellente interpretazione di Joaquin Phoenix. Ha dato indicazioni particolari all’attore per entrare nei panni del protagonista?

Diciamo che non c’è stato bisogno di dargli particolari suggerimenti o consigli. Il libro di Pynchon è molto ricco nella descrizione del personaggio e del mondo in cui si muove. In più, Joaquin aveva a disposizione anche la mia sceneggiatura. Certo, insieme abbiamo buttato giù un po’ di idee su quello che potesse essere il suo aspetto fisico, ci siamo guardati The Most Dangerous Man in America, un bel documentario sugli anni Sessanta e il coinvolgimento americano nella guerra in Vietnam, e fatto altre cose di questo tipo. Per il resto, ho lasciato che fosse libero di intraprendere un proprio percorso.

Il modo in cui si sviluppano gli eventi del film sembra così lontano dalla logica che governa il mondo reale. Tutto sembra prendere una direzione onirica piuttosto marcata. Da questo punto di vista, la struttura del film mi ha in qualche modo ricordato quella di Eyes Wide Shut. Forse il film è semplicemente la storia di un uomo che sogna di ritornare con la sua ex ragazza, senza probabilmente averne mai la possibilità, e di continuare a vivere in un mondo in via di estinzione…

 Mi piace molto questa teoria, in particolare la parte in cui si fa riferimento al film come il sogno di un mondo al quale non si può più tornare indietro. Sono però in disaccordo con l’idea secondo la quale ciò che viene raccontato sarebbe lontano dalla realtà. Anche nel leggere il libro si ha la sensazione che gli eventi narrati, per quanto possano sembrare iperrealisti, eccessivi e strani, in realtà non sono affatto distanti dalla quotidianità delle nostre vite.

Mano a mano che il film va avanti, le indagini si fanno sempre più intricate e risulta difficile avere un’idea chiara di quanto realmente accaduto, anche perché vediamo tutto dal punto di vista di un detective fortemente dipendente dalla marijuana e che non disdegna il ricorso a droghe più pesanti. Per quanto riguarda la difficoltà nell’interpretazione della realtà e nella risoluzione dell’enigma, sono stati per lei un’ispirazione film della Nuova Hollywood come il noir Chinatown di Roman Polanski o La conversazione di Francis Ford Coppola?

La questione è molto interessante, ma devo dire che riguarda non tanto il mio lavoro, ma più direttamente quello di Thomas Pynchon. Questi sono temi che lui aveva già affrontato ad esempio nel libro del 1965 L’incanto del lotto 49, dove al centro c’è un mistero che fa sorgere delle domande a cui ci si rende presto conto si potrebbe non essere in grado di rispondere mai. Spesso Pynchon sembra dirci che per interpretare le cose del nostro mondo o si parte dall’assunto che ci sia un’ampia cospirazione che contribuisce al verificarsi di tutte le cose negative che accadono, oppure, per citare il titolo del libro da cui è tratto il film, ci deve essere questo vizio di forma che è intrinseco, insito in ogni cosa.