Pupi Avati: il maestro del cinema italiano si racconta

Pupi Avati
Ph: Flavio Mancinelli per Fabrique du Cinéma

La mia amicizia con Pupi Avati nasce più di dieci anni fa, quando lo incontrai più volte per realizzare un libro-intervista. Apparentemente lontano dai miei interessi cinematografici, mi incuriosiva il suo status di autore amato e molto odiato, in grado negli anni di raggiungere una cifra stilistica riconoscibile pur spaziando tra generi diversi. Dall’estero è arrivato nei mesi scorsi un importante riconoscimento: il premio Oscar Guillermo Del Toro ha infatti indicato tra i sette film della sua vita proprio L’arcano incantatore di Pupi Avati, la storia di un religioso che abbandona i voti per amore di una donna.

Al di là delle valutazioni sul suo percorso artistico, che ritengo singolare e interessante, ho sempre riconosciuto in Avati un professionista serio, molto generoso con i giovani e pronto a offrire preziosi consigli. Fu proprio lui, dopo quell’intervista di dieci anni fa, a suggerirmi di avvicinare il settore della produzione cinematografica. Ho accolto quindi con piacere l’invito ad andare a trovarlo dopo molti anni nel suo ufficio a Roma, tra i premi e i manifesti di una vita cinematografica intensa e forsennata.

Pupi Avati
Ph: Flavio Mancinelli

Q Quest’anno festeggi cinquant’anni di carriera e ottanta di vita. Che principi ritieni di aver seguito nel tuo percorso artistico?

A Ho sempre cercato di evitare le vie più facili, tenendomi alla larga dalle mode, dalle tendenze. Ho prodotto i miei film insieme a una società costituita con mio fratello Antonio: una scelta che mi ha portato rischi, ma anche il grande vantaggio di girare sempre i film che volevo fare. Non mi sono allineato politicamente. Ho cercato e trovato una cifra distintiva, che piaccia o meno agli altri.

Q Sei uno degli autori italiani più prolifici. Come spieghi questa produzione così intensa?

A Ho avuto sempre necessità di comunicare, un bisogno tipico della cultura contadina. Ho vissuto la mia infanzia in campagna e ascoltavo solo i racconti orali che si tramandavano i miei familiari. Mia madre era una narratrice incredibile, in grado di rendere straordinario il racconto della vita quotidiana, come i grandi autori. In più, da adolescente non mi piacevo, non ero simpatico, avevo i limiti di un ragazzo di provincia che una volta giunto in città si sente emarginato. Allora ho cercato qualcosa per esprimermi, per superare la mia condizione. Prima ho provato con la musica, poi sono passato al cinema, pensando fosse lo strumento per far emergere tutto quell’insieme di racconti che erano dentro di me. Volevo piacere. Ho ancora questo limite infantile, comune a molti artisti: la necessità di sentirsi amati di più degli altri individui. E non sono ipocrita, il cinema mi ha aiutato. A tanti non piaccio, lo so, ma tutti riconoscono la mia identità. Ora ho proposto alle distribuzioni un film di genere gotico, un ritorno a una delle mie poetiche più apprezzate, ma in molti mi hanno detto di no. Diventerà una serie per Sky, forse, ma non un film. Il mio passato dignitoso non mi dà alcuna garanzia, i problemi di un autore sono sempre gli stessi.

Q Che idea hai del panorama dei giovani autori italiani?

A I talenti di oggi sono più pragmatici rispetto a quelli di ieri, si vede dalle scelte che fanno, e più passano gli anni e meno sono idealisti. Negli anni Sessanta noi aspiranti autori non cercavamo un pubblico, avevamo altre velleità. Allora c’era voglia di mettere tutto in discussione, alla luce della grande lezione di Opera aperta di Umberto Eco e della sua affascinante ma fragile suggestione: offrire una proposta narrativa “permeabile” sulla quale il pubblico doveva intervenire, in qualche modo completare. Io sono cresciuto in quell’Occidente lì, in un’epoca dove la provocazione aveva un valore molto profondo. Quando vedevamo la gente uscire perplessa dalla sala, al termine dei nostri film, ci sentivamo quasi sollevati, gratificati. Avevamo colpito una borghesia che andava provocata a ogni costo. Oggi viviamo in una società completamente diversa.

Q Girare un film presuppone un grosso impegno artistico e produttivo. Quali sono i consigli che ti senti di dare a un esordiente?

A Realizzare un film non è come scrivere un romanzo. Il cinema presuppone dei costi, quando scrivi devi contenere la tua immaginazione in base alle risorse che puoi ragionevolmente pensare di avere. E devi conoscere i dati, la struttura organizzativa e finanziaria di una produzione. Quando incontro colleghi e chiedo loro “quanto ha incassato il tuo film?” e mi rispondono “non lo so”, rimango perplesso. Una volta chiesi all’amico John Landis quanti film secondo lui un autore possa permettersi di sbagliare. Lui rispose: “Due, poi hai chiuso definitivamente”.

Q Nei tuoi film hai fatto esordire molti giovani (ad esempio Stefano Accorsi) e hai proposto attori in ruoli a loro apparentemente poco consoni, come Diego Abatantuono in Regalo di Natale.

A Sono proposte che seguono l’idea di non compiere le scelte più facili. Penso a Katia Ricciarelli in La seconda notte di nozze o a Neri Marcorè in Il cuore altrove. Non sempre l’operazione ha successo. Con Boldi non ce l’ho fatta. È una bravissima persona, intendiamoci, ma ha una sua precisa autonomia. Non riesce a entrare facilmente in altri personaggi, per farlo dovrebbe ridurre completamente la sua identità di attore prettamente comico. In queste scelte c’è anche una ragione strategica. Gli attori emergenti di solito hanno la cattiveria del pugile che va sul ring e che sa che la sua vita dipende da quel match. Se prendi uno così sai che darà tutto se stesso. Se scegli un attore all’apice del successo sarà molto più diffcile gestirlo: può arrivare a pensare di essere più importante del regista o che il film stesso si stia realizzando grazie alla sua scelta di parteciparvi. A me invece piacciono molto gli outsider e gli sconfitti, chi non ce l’ha fatta. Lo sconfitto torna a casa, va a letto, ripensa a quello che è successo, lo analizza fino in fondo. Hai un’immagine molto più nitida della realtà, se te la fai raccontare da chi ha perso.

Q Qualche mese fa sei stato al centro delle polemiche per le tue dimissioni dalla commissione nominata dall’ex ministro Franceschini per la selezione dei progetti e la concessione di contributi al settore cinematografico e audiovisivo. Sono rimasto sorpreso dalle critiche, anche perché credo che, al di là delle valutazioni che ognuno può avere su di te, l’esperienza non ti manchi.

A Autorevoli commentatori hanno detto di non ritenermi adatto a quel ruolo per ragioni anagrafiche, per fede religiosa e idee politiche. Elementi che fanno parte dell’identità di un uomo e che in un paese democratico devono essere rispettati. Nella mia vita non ho mai discriminato nessuno; tra i miei collaboratori, la mia troupe, ci sono persone che hanno caratteristiche identitarie diverse tra loro. Sei LGBT? Sei ateo? A me interessa che tu sia in grado di fare il tuo lavoro, il resto fa parte della tua identità, che rispetto e non giudico, anche se posso essere diverso da te e pensarla in altro modo. Non vedo per quale motivo, all’interno di una commissione giudicatrice, avrei dovuto comportarmi diversamente.

Q Ti ritieni insomma aperto al confronto.

A Scherzi? Molti anni fa fui io a proporre al ministro Urbani di istituire un’audizione per gli autori dei progetti che richiedevano il contributo al MIBACT. Poi è diventata una regola, ma prima veniva richiesto solo di presentare documenti e copione. Per giudicare un autore devi confrontarti con lui sulla storia che vuole raccontare, sulle sue idee di regia: “Questa scena come pensi di girarla?

Q Cos’altro ti ha portato a rinunciare all’incarico?

A Quello di commissario è un ruolo complesso, la mole di lavoro è enorme. Mi era stato detto che gli uffici avrebbero fatto una scrematura… Che cosa vuol dire? Cosa sono gli uffici? I giovani che aspettano da anni una risposta da chi la devono ricevere? Non so come affronteranno questo muro di progetti. Ho concluso che sarebbe stato disonesto dire “Lo faccio”. Farlo bene non è pensabile.

Q Perché allora inizialmente avevi accettato la nomina?

A Lì per lì ero lusingato della proposta. Mi avevano precisato che ero il primo della lista, mentendo. Avevano già detto di no in tantissimi, già cosa non simpatica. Ricordo inoltre che è un incarico completamente gratuito. A 80 anni avrei dovuto precludermi per tre anni la possibilità di presentare un progetto per ricevere in cambio commenti sulle mie idee e sull’età! Io sul momento ho accettato, ma anche la mia famiglia era preoccupata. Ho dunque colto l’occasione di questi attacchi per fare un passo indietro.

Q Hai delle proposte per impostare diversamente il lavoro di valutazione?

A Le valutazioni devono essere fatte soprattutto da figure professionali che concorrono alla realizzazione dei film: un produttore, un regista, un distributore e così via. Non è come dice Mark Twain, “se non sai fare una cosa, insegnala”.

Q Cosa andrebbe fatto, sin da subito?

A Riorganizzare tutto il sistema di valutazione, creando gruppi di lavoro con un responsabile coordinatore, composti da professionisti competenti, senza considerare la loro età o altro, così da dare a tutti gli autori una risposta vera, diretta e concreta, non affidata a poche righe. Sarebbe inoltre molto utile incontrare gli autori dopo l’uscita delle graduatorie, per comunicare loro le motivazioni per le quali sono o non sono stati finanziati. La politica non può capire a fondo le dinamiche produttive, deve delegare, ma delegare è visto ahimè troppo spesso solo come perdere un po’ di potere.