Mamma + mamma: un diario delle emozioni

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Karol e Ali sono due ragazze innamorate che, tra precarietà e non poche difficoltà, tentano con tutte le loro forze di realizzare il desiderio più grande: avere un figlio insieme. Karole Di Tommaso firma un’opera prima autobiografica coraggiosa e anticonvenzionale.

Era il 2013 quando, in uno dei primissimi numeri di Fabrique, abbiamo proposto Karole Di Tommaso tra i nuovi giovani talenti pronti a ritagliarsi un posto nel futuro panorama cinematografico italiano. Oggi, cinque anni più tardi e con alle spalle diversi corti, la trentatreenne regista molisana esordisce nel lungometraggio con Mamma + mamma, in cui racconta la sua stessa storia, il percorso che l’ha portata ad avere un figlio con la compagna Alessia. E lo fa in modo originale, attingendo al registro fiabesco, con una una delicatezza sorprendente. Abbiamo incontrato Karole all’Auditorium di Roma, dove il film è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema nella sezione Alice nella città – Panorama Italia.

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Q Come nasce l’idea di Mamma + mamma e qual è stato il tuo approccio a una storia così personale?

A In questi casi è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra coinvolgimento e distacco. Lavorare a questa storia è stato come fare pace con la mia adolescenza, si è trattato di un percorso di analisi molto profondo. Mentre scrivevo mi ritrovavo di colpo a commuovermi per il riaffiorare di una moltitudine di ricordi personali. Avevo già alcune sceneggiature pronte, ma a un certo punto ho realizzato che per il primo film avrei dovuto smettere di cercare storie altrove e guardare dentro di me. Così ho iniziato un lavoro lungo, sono partita con una sorta di diario delle emozioni e poi, da questo grandissimo vaso di Pandora, ho cominciato a togliere ciò che non mi sembrava essenziale. Tutto questo, proprio nell’intento di cercare l’equilibrio di cui parli, non potevo farlo da sola e nemmeno affiancata da una persona che non mi conoscesse bene. Allora ho coinvolto la sceneggiatrice Chiara Atalanta Ridolfi, amica molto intima conosciuta grazie alla mia compagna.

Q Del film colpisce molto il tono candido, scanzonato. Gli aspetti drammatici sono quasi assenti e ci si concentra su momenti divertenti e onirico-surreali.

A Vista la coscienza che ho del tema affrontato, non avevo alcuna intenzione di strumentalizzarlo e volevo evitare di realizzare un film di denuncia. Karole e Ali non sono benestanti e devono fare molti sacrifici per raggiungere il loro obiettivo, ma non mi interessava affrontare questa storia con un tradizionale approccio drammatico, né tantomeno realistico-minimalista. Non volevo che gli spettatori si focalizzassero su quanto sia dura la vita delle coppie omosessuali prive di diritti che vogliono avere un figlio. Sì, è difficile, ma in fondo non è poi così più complicata di quella di tanti altri. La domanda che mi ponevo in continuazione era: come faccio a comunicare a un bambino che il desiderio di maternità, di una nuova famiglia, è in fondo una cosa semplice e naturale? Ho scelto così di intraprendere una via più fantastica e leggera.

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Q Questo tipo di narrazione si riflette nella caratterizzazione dei personaggi e nelle interpretazioni di Linda Caridi e Maria Roveran. Che tipo di lavoro hai fatto con loro?

A Enorme, bello ma complesso. Insieme abbiamo lavorato molto sullo spostare i pesi del corpo, su come modificare una camminata, su come far confluire l’aria in modo diverso, sugli sguardi. Con un approccio da scultrice, ho cercato di modificarle, di plasmarle, di prendere una materia che già era molto buona, visto che sono delle bravissime attrici, per portarle in una direzione diversa rispetto a quella per loro abituale. Linda è milanese e per interpretarmi ha imparato il mio dialetto, di lei mi sono subito fidata ciecamente e tra noi si è creato un rapporto molto intimo; con Maria invece ci conoscevamo da tempo, in precedenza aveva sempre interpretato personaggi più ruvidi e qui per la prima volta ha tirato fuori la propria femminilità con leggerezza.

Q Stai già preparando qualcosa di nuovo?

A Sto scrivendo molto e continuo a essere interessata a raccontare delle fiabe, delle storie moderne in una chiave altra, cercando sempre una dialettica tra approccio fantastico e vicende reali, quotidiane. Voglio mettere in scena la mia generazione cercando di denunciare con brio e serenità la condizione in cui vive, una generazione fuori luogo la cui vita è una continua corsa a ostacoli, che subisce le conseguenze di un passato catastrofico. E per provare a raccontarla, come ho già fatto in Mamma + mamma, mi sembra molto più efficace adottare un tono brillante, che possa condurre a riflettere facendo sorridere. Un po’ come avveniva nella commedia all’italiana, che amo follemente.