Giulio Mastromauro, la giostra del suo Inverno

Inverno

Inverno di Giulio Mastromauro è il vincitore del David di Donatello per il miglior cortometraggio 2020 ed esplora il dolore e il senso di perdita attraverso gli occhi di Timo, il più piccolo di una comunità greca di giostrai. Un racconto poetico che segna il momento cruciale della formazione della memoria dolorosa di un bambino, tra il paradosso di crescere in un mondo quasi incantato come potrebbe apparire quello della vita dei giostrai e il peso di dover imparare a comprendere il mondo adulto, le sofferenze e le inquietudini che ne fanno parte, durante un inverno durissimo ma che non sembra essere l’unico responsabile del silenzio tra i personaggi.

Il film «cerca di parlare di infanzia come un’età della vita tanto bella quanto fragile che per questo richiede molta attenzione. È un po’ come maneggiare un vaso di cristallo bellissimo al quale bisogna rivolgere le attenzioni giuste. Basta poco perché poi il cristallo subisca danni. Volevo dare forma a un dolore, un sentimento complesso per il quale i bambini hanno pochi strumenti, o comunque diversi da un adulto che può servirsi di più sovrastrutture per cercare di superarlo. Il bambino si appiglia allo sguardo dell’adulto, come una guida, cercando indicazioni sulla strada da prendere. Per un adulto è una grande responsabilità crescere un bambino in momenti come quello raccontato nel corto», ci racconta il regista e sceneggiatore Giulio Mastromauro.

Inverno

Q Ed è voluta la mancanza di questo sguardo, queste attenzioni nei confronti del piccolo protagonista? 

A Ci sono momenti del film in cui gli adulti della storia prendono coscienza, come quando il padre guarda Timo mentre dorme nel buio della roulotte e sembra chiedersi “ora come mi comporto?”. I personaggi sono tutti segnati dal dolore, non è solo il bambino a far fatica. Timo, come gli altri, percepisce ogni cosa ma è un libro ancora tutto da scrivere. Il film non vuole puntare il dito contro una genitorialità distratta, piuttosto insinuare una domanda su quanto davvero i bambini siano emotivamente fragili e bisognosi della nostra guida.

Q Per la realtà che trasuda e la veridicità che traspare dalle interpretazioni, in Inverno si percepisce un dolore reale. Quanto della narrazione nasconde o svela – a seconda di quanto tu abbia voluto liberare i sentimenti e i dolori realmente vissuti – tratti autobiografici?

A Tutte le storie che scrivo nascono da esperienze personali e Inverno, come altri lavori precedenti, ha una matrice autobiografica. All’interno ci sono ricordi di me da bambino che sono molto confusi ma anche lucidi, nitidi. Riportare sullo schermo una storia personale è sempre molto difficile, da un lato cerchi di essere onesto e di proporre verità, dall’altro cerchi il Cinema, le atmosfere giuste, gli strumenti per condurre il film nella direzione in cui vuoi andare, quella di un cinema sincero, onesto, autentico.

Q Come è stato rappresentarli in corso d’opera e riviverli successivamente sullo schermo?

A È stata un’emozione doppia, sono stati giorni impegnativi sul set: dal punto di vista produttivo non era un corto semplice come per quello emotivo. Ho dovuto attingere a molte energie, ci sono stati dei momenti in cui i ricordi riaffioravano prepotenti e dovevo cercare di assecondarli evitando di cadere nel tranello che diventasse una storia troppo personale. Volevo raccontare qualcosa che conoscevo bene ma che può accomunare tante altre persone, legate da esperienze analoghe alla mia. Da un lato vi era la voglia di fare un film personale ma dall’altro la speranza, il desiderio di arrivare a tante persone che potessero riconoscersi nel racconto. Spero di esserci riuscito.

Q «L’inverno è una brutta bestia» sentiamo pronunciare da uno dei personaggi: quanto pesa la metafora dell’inverno come fase?

A Non ho mai avuto dubbi sul titolo, mi piacciono i titoli di una parola. Inverno è legato a una stagione dell’anima, una stagione che lacera, distrugge, rovina ma poi lascia il posto alla primavera, simbolo della rinascita. L’inverno imprime dei segni dentro che continuano a muoversi restando sempre parte di te. Questo volevo venisse comunicato dal titolo. Qualcuno ha interpretato il pianto finale e liberatorio di Timo come uno stato d’animo rassegnato, malinconico. Per me vuol dire altro, in quel pianto c’è il dolore, la forza e il desiderio di continuare a sperare e combattere. Emerge una voglia di vivere nel pianto del protagonista sulla giostra che riparte, che è il messaggio del film: non è rassegnazione ma la volontà di non nascondere più il dolore ed esprimerlo. Il pianto dell’ultima scena – così potente che non dimenticherò mai – ha un sapore particolare, quel pianto è il senso del film. Un pianto di vita.

Q Passando a questioni più tecniche, raccontaci la scelta di ambientare la storia in uno spazio così ossimorico come il mondo dei giostrai che nell’immaginario collettivo è quasi obbligatoriamente felice, dove il dolore non è contemplato.

L’ambientazione è stato il primo aspetto che ho voluto rappresentare. Il mondo delle giostre e del circo fanno pensare alla spensieratezza, alla gioia, però dietro a quel mondo ci sono delle persone ed è buffo pensare che debbano rendere felici gli altri mentre potrebbero essere coinvolti in qualcosa di tremendo, come tutti noi. Ho avuto modo di conoscere bene questo ambiente, cercavo un luogo familiare dove resistono determinati valori. È un mondo arcaico dove sopravvivono cose piccole, ho ritrovato all’interno di questa realtà qualcosa che mi ha riportato indietro nel tempo, quel sapore della famiglia unita, della mia infanzia, in una realtà atipica ma profonda.

Q Riguardo la scelta della lingua greca, invece? 

A Amo la cultura greca da sempre, amo il suono della sua lingua, duro ma caldo, familiare, avvolgente. Ho anche dato a mio figlio un nome greco (Theo, con l’h). È stata una scelta abbastanza naturale per me, avevo l’idea di raccontare questa storia in greco come una sfida. Il corto non aveva molti dialoghi, però è stato un lavoro davvero bello, ci siamo ritrovati a casa mia con gli attori, Giulio Beranek, Babak Karimi, Elisabetta De Vito e abbiamo provato molto, aiutati da Giulio che è quasi di madrelingua greca, ci ha aiutati lui con la dizione e la pronuncia. Lavorare in questo modo è stato entusiasmante. Babak, che è un grande attore iraniano, ha recitato in persiano, in turco, in italiano… Il greco gli mancava! Sono stato facilitato dalla loro bravura.

Q Come pensi evolverà la tua carriera, hai progetti futuri?

La vittoria ai David mi ha fatto venir voglia di tuffarmi subito nella scrittura di una storia che mi frullava nella testa da circa tre anni, un’idea a cui sono molto legato e che nasce sempre da echi del passato anche se non ha molto di autobiografico. Avverto però il forte bisogno di scriverla e il David mi ha dato una spinta in più. In un momento folle come quello che stiamo vivendo ho cercato rifugio nella scrittura e in questa storia. In un mese ho già concluso la prima stesura e sono molto felice. Anche questo avrà il titolo di una sola parola.

Q Sarà questo il tuo tratto distintivo allora? 

A Chissà, mai dire mai! Cambiare idea è la cosa più bella del mondo.